Finestra del Grondìlice (m 1743)

Data effettuazione gita: 
14/04/2018
Località di partenza: 
Rif. Donegani (m 1125)
Difficoltà: 
BSA

Sabato 14 aprile 2018 Massimo ed io, a dieci anni quasi esatti dalla precedente gita che avevamo effettuato con Costantino, abbiamo ripetuto la medesima scialpinistica alla Finestra del Grondìlice (m 1743) dal vecchio Donegani per la Valle dell’Asino, favoriti da una splendida giornata primaverile e da un innevamento ancora abbondante.

In realtà la giornata era sì serena e soleggiata – persino troppo! – ma soltanto in Apuane: tutta l’antistante dorsale appenninica, dal Succiso al Corno, era avvolta da una densa «cavallaccia» (tecnicamente, si tratta della «coda» di fœhn che travalicava dal versante padano, già coperto dalla perturbazione in arrivo). Be’, una volta tanto s’è indovinata!

Un po’ per l’ora legale, un po’ per orecchiare gli allarmanti notiziari dell’attacco notturno in Siria, arriviamo al Donegani (chiuso) solo alle 10; la sbarra sulla marmifera è aperta, ma essendo di giorno lavorativo, presumo – azzeccandoci – che sia solo perché ci sono mezzi in transito, motivo per cui parcheggio davanti al rifugio, un po’ a malincuore pensando all’inutile scarpinata su strada che ci aspetta: siamo appena partiti, con il caval di San Francesco e gli sci in collo, che incrociamo due camion con i carichi di marmo, passato il secondo dei quali la transenna viene richiusa e lucchettata.

Arrivati sotto il vecchio Donegani (m 1279) possiamo calzare gli sci, grazie ai quali cominciamo a prendere finalmente quota risalendo le radure che interrompono il fitto ceduo; per fortuna ritrovo agevolmente i punti di riferimento-chiave, seppur mascherati dall’innevamento più abbondante che abbia trovato negli ultimi ventanni: in sequenza, intersechiamo il sentiero dismesso da Foce di Giovo a quota m 1400 e, cento metri a monte, il nuovo segnavia 179 per Cava 27.

Intanto si susseguono a intervalli i boati delle valanghe (anzi, sarebbe meglio dire «lavinali») che dalle falde del Pisanino si scaricano nel solco del Rio Sabbuco. Solo un boato più lungo ed intenso non sembra esser seguito dalla scarica... Dalla strada di Gramolazzo, al ritorno, vedremo una grossa strisciata di detriti che attraversa i piani della Mirandola: apparentemente ha lo stesso sviluppo di quella che lì per poco non spazzò via Marco, Giacomo e me il 10 maggio 1986!

Obliquando in alto a sinistra, usciamo alfine dal bosco e tagliamo con prudente mezzacosta il piede delle due conoidi di valanga scaricate dallo sperone della Bresci-Malerba, puntando verso la base del ripido vallone che porta alla Finestra.

Fuori dal bosco, la risalita del pendio nevoso si rivela ancor più faticosa a causa dello strato superficiale di grandine a grossi chicchi, sfuggente e cedevole, che non consente alle pelli di «tenere» su diagonali troppo ripide, e del rovente sole pomeridiano che, oltre che abbrustolirci, rarefa l’ossigeno dell’aria per «effetto comba».

Per fortuna, quando già stiamo per desistere e fare dietrofront, l’ombra proiettata dalla Forbice, che ormai ci sovrasta, avvolge la testata del vallone facendoci trovare lì neve resa più uniforme e portante dal raffreddamento, che, con poche altre «voltoline», ci permette di recuperare e raggiungere il valico verso le tre: negli ultimi metri siamo addirittura costretti a gradinare con gli scarponi su neve dura tenendo gli sci in mano come ancoraggi.

Notare che il raggiungimento di questo valico è stato il primo tracciato scialpinistico aperto in Apuane, ben 111 anni fa.

Data l’ora avanzata e l’itinerario di ritorno che si preannuncia complesso, rinunciamo all’ultima cinquantina di metri di roccette che ci porterebbe in vetta, e, senza fretta ma senza indugi, ci prepariamo alla discesa.

Per i primi cento metri la discesa si svolge nel valloncello sommitale, ormai tutto in ombra – eccetto poche lame di sole che filtrano tra i pinnacoli – e quindi su neve buona, ma, appena il crinale s’abbassa, tagliamo sulla destra verso la cresta di spartiacque, al cui filo ci teniamo a ridosso per scansare la fitta faggeta risalita dal sentiero 186, fino a portarci sui pendii ripidi ma aperti, cosparsi di faggi isolati, tra il Passo delle Pecore e Cava 27.

Per aggirare il fronte di cava seguiamo sulla sinistra il tracciato innevato di una lizza per calare nel piazzale del rifugio. Tagliando i tornanti della marmifera imbocchiamo il canalone lungo cui scarica il grande ravaneto che si spande sul piano di Orto di Donna, che quest’anno si presenta ottimamente innevato, con solo qualche grosso spezzone di marmo che emerge dalla neve. Data la pendenza le nostre curve scaricano rivoli di neve marcia che occorre far scendere fino in fondo perché non c’intralcino nella discesa: nelle soste, i massi emergenti ci offrono riparo, finché lo spandimento basale del cono di detriti ci lascia maggiore spazio di manovra per stampare serpentine sino al piano dell’Orto di Donna.

Qui imbocchiamo a sinistra il segnavia 180 che costeggia il Serchio di Serenaia e proseguiamo slalomando tra i faggi finché, scesi sotto quota m 1200, la coltre di neve si riduce a zero, lasciandoci ancora un centinaio di metri di dislivello da scendere a piedi sul sentiero. Grazie a questa variante siamo arrivati sci ai piedi quasi alla stessa quota di partenza...

Peccato che l’unico tracciato praticabile porti una cinquantina di metri più basso e mezzo chilometro a valle del rifugio. Inutile percorrerlo in due con zaini affardellati: alleggeritomi di sacco, sci e scafi degli scarponi, risalgo da solo il nastro d’asfalto, recupero la Panda e la riporto da Massimo, che m’attende all’innesto del sentiero.

Profilo percorso: 
No Altitude
Statistiche
Distanza totale percorsa: 
8.00Km
Distanza percorsa in salita: 
4.50Km
Distanza percorsa in pari: 
0.00Km
Distanza percorsa in discesa: 
3.50Km
Dislivello in salita: 
620m
Dislivello in discesa: 
655m
Quota di partenza: 
1125m
Quota di arrivo: 
1125m
Quota minima raggiunta: 
1090m
Quota massima raggiunta: 
1745m