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Monte Bianco (m 4806)

Data effettuazione gita: 
12/05/1990
Località di partenza: 
Montenvers (m 1950)
Difficoltà: 
OSA

Classica tre-giorni scialpinistica al tetto d’Europa con avvicinamento «d’antan» dal trenino della Mer de Glace e discesa a Chamonix compiuta nei giorni 11-12-13 maggio 1990 da Franco Dami e Aldo Giovannini.

Scelta periodo resa obbligata dalle ferie di Franco, azzeccata per estensione e condizioni dell’innevamento, ma poco felice dal punto di vista logistico: la prima metà di maggio infatti la funivia Courmayeur-Chamonix è chiusa per manutenzione annuale e, di conseguenza, lo sono anche rifugi e punti d’appoggio sul percorso.

Vista la chiusura anche del Torino, passiamo il traforo in auto e, per la sera del 10, ci accantoniamo al posto-tappa «Au Chamoniard Volant», non senza lasciare gli occhi sulle eccezionali offerte di fine-stagione dei vari negozi di articoli sportivi locali, ma, ahimé, la moneta unica è di là da venire e i pochi franchi in tasca ci bastano appena per lo stretto indispensabile. L’indomani, per guadagnar quota, prendiamo la prima corsa del trenino a cremagliera per la Mer de Glace, unica risalita ancora funzionante, scendendo alla storica Gare de Montenvers (m 1.950), mentre il sole proietta su noi la lunga ombra conica del Dru.

Con una cinquantina di metri di spallaggio sci, a quota 2000 raggiungiamo le prime linge di neve pellabile e costeggiamo, con lungo ma inevitabile sali-scendi, la base delle Aiguilles di Chamonix; verso mezzogiorno sostiamo a Plan des Aiguilles (m 2.200), insolitamente priva della solita calca di turisti, e cinnestiamo sul percorso classico, almeno a me stranoto, attraverso il Glacier des Pelérins e i consecutivi cordoni morenici che precedono la diruta Gare des Glaciers (funicolare abbandonata dopo una collisione aerea a fine anni 40).

Il piede dellAiguille du Midi è rigato da un’anomala congerie di conoidi valanga recenti e, poco dopo, col boato di unesplosione, ne capiamo il perché: dallAiguille du Midi qualcuno, ritenendo che, per orario e periodo, la zona sia deserta, lancia cariche «controllate» per sgravare i canaloni! Con sprint e soste successivi da un riparo allaltro, degni del viale dei cecchini di Sarajevo, col fiatone e il batticuore raggiungiamo infine il riparo naturale della Pierre à lEchelle, da cui caliamo, finalmente al sicuro, sulla spianata del Glacier des Bossons.

Il «percorso di guerra», oltre che stremarci, ci ha fatto sforare la tabella di marcia, cosicché affrontiamo la breve ferrata che porta al rifugio del CAF di Parigi, arroccato sullo sperone dei Grands Mulets (m 3.051) alla luce delle frontali, mentre, nel cavo della vallata, saccendono le luci della «Capitale della Montagna».

Se contavamo sul servizio cucina, siamo a posto! Sono le 21 passate, il custode e i rari avventori dormono già e dobbiamo perciò accontentarci delle nostre già razionate scorte demergenza. Nessuno oltretutto ha pensato a svegliarci a metà nottata per la partenza di prammatica (o, se lha fatto, eravamo talmente groggy da non avero sentito nulla) e così ci svegliamo per conto nostro poco prima dellalba...

Trangugiata una barretta con tè stiepidito su fornello a «meta», rimettiamo piede sul ghiacciaio al primo sole; unico vantaggio, dopo poco più di cento metri di salita con sci sul sacco e ramponi ai piedi, la neve sè allentata abbastanza per poter far presa con le pelli; inoltre, il manto abbondante intasa i crepacci, livella i seracchi e argina le scariche di valanga dallAiguille du Gouter. Ormai è solo questione di fatica (... e fame!) e, col lento scorrere delle ore, superiamo, in successione, le Petites Montées, il Petit Plateau, le Grandes Montées e il Grand Plateau, dove incrociamo il gruppo che ci aveva preceduto in nottata, già in discesa.

Ora però, sul mezzogiorno, la fatica accumulata, l’effetto comba e la rarfazione dell’aria si combimano per intontirci come pugili suonati, cosicché proseguimo la salita automaticamente, quasi in stato di dormiveglia.

Finalmente, alla Capanna Vallot (m 4.352), un refolo di brezza da Sud ci risveglia: l’idea iniziale era di scendere dalla cima per la Nord, ma l’improvvisa formazione della temuta «nuvola a pesce» riduce talmente la visibilità sull’ultima impennata, da costringerci a procedere in cordata a tentoni attraverso le «Bosses du Dromedaire» (Gobbe di Cammello per noi italiani). Alla fine però, nel primo pomeriggio la vetta è raggiunta: be’, anche Paccard e Balmat arrivarono in cima alle sei, con un’ora in meno di luce a disposizione (era agosto mentre per noi è quasi il solstizio).

Peccato per il panorama, ma missione compiuta! Superate le Bosses (dove, in caso di caduta del compagno, bisognerebbe gettarsi sul lato opposto del crinale... provateci!), invertiamo l’ordine di cordata e passo in testa per la mia miglior conoscenza del terreno. Frattanto, la visibilità migliora e il sole, beffardamente, riappare...

Sto pensando che da queste parti Bonatti, di ritorno dal Pilastro, infilò più volte nei crepacci... manco a dirlo! A due passi dalla Vallot il ponte di neve cede e mi ritrovo nel vuoto in un turbine di nevischio. Istintivamente apro in spaccata, puntando i ramponi in opposizione, appeso al bandolo di corda che ho ancora in mano. Franco regge efficacemente e, essendo quasi in pari, l’attrito della corda sulla neve fresca basta a trattenermi, così, la picca in trazione una mano e la corda nell’altra, mi isso fuori dal buco. Evitiamo qualsiasi commento: rientra tra i rischi del «mestiere»?!? Buon per me che, contrariamente al solito, ci eravamo legati!

Rimessi gli sci, la cima riappare indorata dal sole al tramonto, come per schernirci: bah, per lo meno la discesa è godibile, con tanto di spolverino, ma la notte incombe; neanche a pensarci di proseguire la discesa dopo il rifugio con la prospettiva di ripassare la seraccata della Jonction all’imbrunire. Così ci rassegnamo al secondo bivacco nel locale invernale con la pancia svuotata da qarantott’ore di quasi-digiuno.

L’indomani, come ormai abitudine, ci alziamo al primo sole e, sgranocchiate le ultime barrette, riprendiamo la discesa, tacitando i morsi della fame con... pasticche antimestruali! Grazie alla neve leggermente indurita dal rigelo notturno e la spolverata di farina, il superamento della Jonction si dimostra facile e, anzi, di ottima sciabilità, a patto di riconoscere con buon anticipo i seppur rari crepacci.

Usciti dal ghiacciaio alla Pierre à lEchelle il tracciato, ancora in ombra, è gelato, così effettuiamo parte della risalita sci sul sacco e ramponi ai pedi, per poi costeggiare in leggera discesa la base dellAiguille du Midi scansando il più possibile le conoidi di distacco artificiale.

Traversato il Glacier des Pelérins e constatato il perdurante fuori-servizio del primo tronco della funivia, imbocchiamo limpluvio tra la morena destra e il risalto di Plan des Aiguilles, che, grazie alla posizione riparata, si direbbe innevato fin sotto quota 1.500: in realtà arriviamo sci ai piedi anche più in basso, fino alle sorgenti del Torrent du Dard, dove intercettiamo il sentiero estivo che scende a Chamonix; con meno di unaltra ora di spallaggio siamo a valle dove, cambiati e lavati alla meglio nellarea picnic, ci fiondiamo nel primo ristorante aperto e spendiamo gli ultimi franchi per ripassare lintero menu.

Profilo percorso: 
No Altitude
Statistiche
Distanza totale percorsa: 
48.00Km
Distanza percorsa in salita: 
23.50Km
Distanza percorsa in pari: 
5.00Km
Distanza percorsa in discesa: 
19.50Km
Dislivello in salita: 
2850m
Dislivello in discesa: 
3950m
Quota di partenza: 
1945m
Quota di arrivo: 
1056m
Quota minima raggiunta: 
1056m
Quota massima raggiunta: 
4806m